lunedì 8 dicembre 2008

Quando muoiono i ricercatori...

Le morti dei giovani ricercatori nel laboratorio di farmacia dell’Università di Catania dovrebbero riempire le prime pagine dei giornali ed aprire tutti i tg nazionali. Ed invece le trovo ovunque come una notizia sì importante ma da mettere sempre dopo la social card, caso Villari, ecc. Eppure è qualcosa che non solo va ad allungare la già lunga lista delle morti bianche, non solo ripropone il tema della smaltimento dai rifiuti tossici e della loro nocività, ma ha in sé la macabra fisionomia della metafora di un’Italia che uccide il suo futuro.

sabato 8 novembre 2008

MESSAGGIO RICEVUTO "DIRETTAMENTE" DA BARACK OBAMA IL 5 NOVEMBRE SU FACEBOOK

I'm about to head to Grant Park to talk to everyone gathered there, but I wanted to write to you first.

We just made history.

And I don't want you to forget how we did it.

You made history every single day during this campaign -- every day you knocked on doors, made a donation, or talked to your family, friends, and neighbors about why you believe it's time for change.

I want to thank all of you who gave your time, talent, and passion to this campaign. We have a lot of work to do to get our country back on track, and I'll be in touch soon about what comes next.

But I want to be very clear about one thing...

All of this happened because of you.

Thank you,

Barack

mercoledì 5 novembre 2008

SU OBAMA E SULL'AMERICA

Una cosa è certa: la vittoria di Obama non dipende tanto dal suo programma, quanto dal messaggio che incarna con la sua stessa persona.
La storia del figlio di un pastore etiope che diventa presidente degli USA ci dice che l’America è molto più complessa di quella che vorrebbero raccontarci i suoi estimatori di destra e i suoi denigratori di una certa sinistra. Innanzitutto, semplificando, esistono due Americhe, una delle paura, dei teodem, dell’orgoglio nazionalistico e religioso a tutti i costi, del razzismo retaggio della schiavitù, del post undici settembre e di Gorge W Bush. E poi un’altra America, quella che in maniera retorica ha voluto essere la terra della speranza, della frontiera che si spinge oltre, della opportunità accessibile non solo a chi era americano, ma anche a chi americano non lo era ancora. L’America prima democrazia del mondo per storia (la sua rivoluzione precede ed ispira quella francese) e per popolazione. Un?America tante volte smentita, altrettante volte resa concreta. E in politica questa America si é incarnata almeno in due presidenti, entrambi democratici: Franklin Delano Roosvelt e J.F. Kennedy. Roosvelt era riuscito a dare speranza ad una nazione nel pieno della più profonde delle crisi economiche (colta l’analogia?). Kennedy era il presidente che diceva ai suoi elettori Non pensate a quello che il Paese può fare per voi ma quello che voi potete fare per il Paese. È la stesa ottica di Obama con il suo Yes We Can. La politica che rovescia la normale ottica del rapporto verticale tra eletto ed elettore, annulla la distanza tra i due poli, derivato dal voto chiesto in cambio della promessa di qualcosa. Ma per una volta è il politico che chiede al cittadino di essere partecipe alla politica, di rendersi attivo nella realizzazione di un progetto, e non solo nel contesto di un sentimento antipolitico contro la casta, come farebbe Beppe Grillo. Ma con un impegno attivo e partecipato, tale che dalla partecipazione politica, dal voto deriva un sentimento di gioia, non astio. Sarà anche retorica, ma quando la politica si sa unire con l’emozione raggiunge le sue vette più alte. Vedere al telegiornale le file di americani intenti di votare, laddove l’astensione era altissima in altre occasioni mi ha riempito di felicità e del ricordo di quando compiuto diciott’anni, l’unica cosa di cui mi importava era poter finalmente votare. Così mi ha fatto piacere vedere McCain e Obama concedersi l’onore delle armi una volta avuto il risultato del voto: Mc Cain ha riconosciuto che il messaggio di speranza lanciato da Obama fosse quello vincente, e Barack ha riconosciuto il valore di un avversario che aveva dato tutto se stesso alla patria prima come soldato poi come politico. Sarebbe concepibile in Italia?
Non ci illudiamo troppo: Obama dovrà continuamente mediare il suo messaggio di speranza con le incombenze della politica reale. I suoi programmi di riforma dovranno confrontarsi con i magri bilanci derivati dalle guerre iniziate da Bush, con in più la crisi economica che incombe. E se riuscirà a compiere il ritiro dalle truppe in Iraq, difficilmente riuscirà a ritirarle dall’Afghanistan, e dovrà confrontarsi con la rinata guerra fredda con la Russia. Fra sei mesi cominceremo a leggere i titoli dei giornali del tipo “E’ finita la luna di miele tra Obama e gli USA”, come un copione già scritto. Ma se nel frattempo riuscirà ad incrinare la dottrina del liberismo puro, del unilateralismo internazionale alla Bush, dello spettro della paura che la destra di ogni parte del mondo ama cavalcare, si può dire che il suo progetto sarà in parte positivamente riuscito. E se la passione politica rimarrà nelle vene di tutta la gente (soprattutto giovani, ispanici, afroamericani) che è riuscito a portare alle urne laddove altri hanno fallito, la promessa di una vera uguaglianza finalmente incarnata in un presidente afroamericano, la visione di un reverendo nero quarant’anni or sono forse sarà realizzata.
I have dream proclamava Martin Luther King. Speriamo che questa volta il sogno non venga ucciso.

sabato 1 novembre 2008

venerdì 31 ottobre 2008

QUESTIONARIO SULLE POLITICHE DELL'ACCOGLIENZA

Venezia e Mestre hanno una storia fatta anche dell’incontro di identità e specificità diverse: la città insulare, attraverso secoli di scambi, flussi e movimenti di persone, tradizioni, culture e merci; la terraferma attraverso la crescita urbana e anagrafica nel corso del novecento, legato soprattutto al richiamo occupazionale dell’area industriale di Porto Marghera.

- Mestre oggi ha una propria identità,maturata negli ultimi decenni; secondo lei è ancora possibile per la città accogliere persone con culture e identità diverse?
Quali sono i problemi che le pare derivino dalla presenza di persone con culture diverse?

La quotidiana cura degli spazi urbani, per consentire una vivibilità della città, il potenziamento dei servizi e del sistema di welfare, una attenta progettazione architettonica, urbanistica e infrastrutturale, possono essere considerate “difese” nei confronti di un dilagante senso di insicurezza e incertezza, connotato spesso con una “paura indefinita”, che sembra caratterizzare anche la nostra città.

- Secondo lei, è vero questo senso di insicurezza e “paura indefinita”?
- Quali sono le cause prioritarie?
Su quali aspetti della città e del vivere in città bisogna primariamente intervenire per contribuire a superare questa percezione di insicurezza e incertezza?

Una città può essere di tutti solo se può essere davvero per tutti, nel rispetto dell’altro, dei diritti e dei doveri di ognuno.
Una città è il risultato di incontri e confronti e quindi essa deve continuare a saper riconoscere, accogliere e valorizzare le diversità che la caratterizzano. Sono quindi necessari gli spazi e gli eventi che possono permettere questi “incontri e confronti”.

Esistono, secondo lei, nella città, spazi ed eventi in grado di costruire occasioni di incontro e crescita, di confronto e di scambio?
Di fronte al fenomeno dell’immigrazione, che ha interessato e interessa anche la nostra comunità, è importante scommettere sulle possibilità di integrazione e inclusione, che passano anche attraverso la conoscenza. In questo contesto la scuola esercita un ruolo fondamentale e la scuola dovrebbe essere intesa come risorsa, dovrebbe stare al centro delle politiche di un paese civile, proprio perché è il luogo della formazione, dove si costruisce il futuro della società.

Alla luce dei tagli decisi dal governo (che hanno come esito la riduzione degli organici nella scuola; la chiusura di scuole in località insulari, di montagna; tagli all’università e alle attività di ricerca), la proposta di istituire classi “differenziali” per gli immigrati, quali pensa possano essere le conseguenzE?

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martedì 7 ottobre 2008

SU MESTRE....(INTERVENTO AL CIRCOLO PD MESTRE CENTRO 2/10/2008)

A volte mi colpisce il fatto che molti trentenni mestrini di oggi definiscano Mestre
una città brutta seppur riconoscendo l’importanza di alcune realtà come il parco s giuliano o come altri rilevanti interventi urbanistici degli ultimi anni.
Forse per queste generazioni possono pesare le tracce vecchie di una Mestre costruita come città dormitorio, proiettata unicamente verso il polo chimico-industriale e verso il centro storico. .
Naturalmente sappiamo che Mestre è molto più di questo.
Ma forse il problema non sta nel fatto che non venga percepito cio’ che di bello c’è a Mestre ma sta nel fatto che negli ultimi anni non viene percepita una visione di insieme che possa relazionare tutti i processi di trasformazione e allo stesso tempo possa marcare una relazione costruttiva con la città insulare.
Se l’idea di una città dormitorio dobbiamo lasciarla ai decenni passati, è chiaro che
l’idea della nuova città deve girare intorno all’idea di quello che è Mestre oggi cioè una città moderna , importante , una delle più grandi e popolose del veneto , al centro delle grandi tratte viarie tra nord e sud, est e ovest, un ponte tra terra e mare. , una città in grado di fornire servizi cultura ecc.
È chiaro che il cittadino per sentire bene sua la città deve poterla vederla e viverla coerentemente con la funzione della città
E se sfide urbanistiche più importanti, si collegano fortemente a questioni come la tutela ambientale , come è stato per il parco san giuliano, che a questioni di tipo sociale come il nuovo ospedale, è chiaro che c’è bisogno di una guida politica.
Qui entra in gioco anche il partito.
Si sente un senso di attesa e distacco nei confronti del neonato
partito. Le aspettative sono alte: lo abbiamo visto dalle affluenze alle primarie e al proficuo tesseramento che abbiamo avuto . Ma c’è nell’aria un po’ di perplessità, forse anche a causa di un periodo di gestazione troppo lungo, o anche dalla
smarrimento successivo alla sconfitta.
In ogni caso se stiamo parlando di un territorio nel pieno di un processo di trasformazione solo un partito che si vuole definire riformista è il più adatto a gestire questi processi.
Se dobbiamo riprendere a discutere di una visione d’insieme è chiaro che due sono le strade :
primo partire dai circoli che rappresentano il primo legame con il territorio e che per forza di cose sono chiamati ad interessarsi a tematiche che vanno oltre quelli che sono solo i confini dei vecchi quartieri, perché ogni ambito che interessa il territorio quasi sempre interessa tutto il territorio comunale
Secondo interfacciarsi con la cittadinanza, non pensare di esaurire l’apertura solo
con le primarie per interagire con i cittadini. Forse questa fase di nascita del partito è stata troppo concentrata sul come cercare una sintesi tra diverse culture politiche. Ma la sintesi era già fuori nelle mille forme di partecipazione associazionistica, nel volontariato . Non sono convinto che sia stato giusto identificare essa come elemento terzo , come società civile, perché altrimenti questo vorrebbe dire che chi viene da una esperienza partitica rappresenti per ossimoro la società incivile. Ma al contrario dobbiamo contaminarci con chi si impegna quotidianamente in progetti, battaglie che non siano inseriti nei consueti canali della politica. Per fare questo dobbiamo stare attenti adesso che abbiamo la struttura organizzativa, anche a livello comunale a non chiuderci in esse, oppure a cedere all’idea salvifica delle primarie. E dobbiamo stare anche attenti ad iniziative troppo autoreferenziali che tanto caratterizzavano i partiti che ci siamo lasciati alle spalle.
La contaminazione avviene nel confronto quotidiano, presidiando le piazze e le strade e parlando alla gente. Tenendo presente che le nuove tecnologie ci pongono di fronte a nuovi tipi di piazze e strade che troppo spesso abbiamo lasciato in mano agli avventurieri della polemica.

sabato 20 settembre 2008

CHE PARTITO....!?

Volevo un partito che non si ponesse tanto il problema di che forma darsi, quanto di cosa occuparsi. Hanno vinto i sostenitori della prima tesi. I più fermi sostenitori si ritrovano ora delusi nello scoprire che certi difetti del passato (e del presente, visto gli altri partiti) ci sono sempre. Ma i partiti in ogni epoca e in ogni parte del mondo tendono e tenderanno sempre a ripercorrere alcuni schemi (es: ci sarà sempre un gruppo dirigente che cercherà di autoriciclarsi, il problema è che cosa gli opponi ). Sono i contenuti ad essere il motore delal politica, e che permettono alle organizzazioni politche di mettersi in discussione. non si deve aver paura delle correnti quando esse sono portatrici di idee diverse. Bisogna aver paura di esse quando sono portatrici di interessi diversi: allora sì, ma chiamiamo il male con il suo nome. Siamo ancora in tempo a fare un partito che sia riformista per stare dalla parte di chi è più svantaggiato e vive in una situazione di disagio in ogni ambito e contesto, e non secondo un paradigma di gruppi sociali, classi, caste. Un partito che interpreti il 21esimo secolo con termini del 21esimo secolo e sappia avere memoria di ciò che è stato, non per inseguire o imitare, ma per ripartire ? secondo me si ...basta non aver paura che un partito sia un partito