mercoledì 21 gennaio 2009

DISCORSO D'INSEDIAMENTO DI BARACK OBAMA

OGGI mi trovo di fronte a voi, umile per il compito che ci aspetta, grato per la fiducia che mi avete accordato, cosciente dei sacrifici compiuti dai nostri avi. Ringrazio il presidente Bush per il servizio reso alla nostra nazione, e per la generosità e la cooperazione che ha mostrato durante questa transizione.

Quarantaquattro americani hanno pronunciato il giuramento presidenziale. Queste parole sono risuonate in tempi di alte maree di prosperità e di calme acque di pace. Ma spesso il giuramento è stato pronunciato nel mezzo di nubi tempestose e di uragani violenti. In quei momenti, l'America è andata avanti non solo grazie alla bravura o alla capacità visionaria di coloro che ricoprivano gli incarichi più alti, ma grazie al fatto che Noi, il Popolo, siamo rimasti fedeli agli ideali dei nostri antenati e alle nostre carte fondamentali.

Così è stato finora. Così deve essere per questa generazione di americani.

E' ormai ben chiaro che ci troviamo nel mezzo di una crisi. La nostra nazione è in guerra contro una rete di violenza e di odio che arriva lontano. La nostra economia si è fortemente indebolita, conseguenza della grettezza e dell'irresponsabilità di alcuni, ma anche della nostra collettiva incapacità di compiere scelte difficili e preparare la nostra nazione per una nuova era. C'è chi ha perso la casa. Sono stati cancellati posti di lavoro. Imprese sono sparite. Il nostro servizio sanitario è troppo costoso. Le nostre scuole perdono troppi giovani. E ogni giorno porta nuove prove del fatto che il modo in cui usiamo le risorse energetiche rafforza i nostri avversari e minaccia il nostro pianeta.



Questi sono gli indicatori della crisi, soggetti ad analisi statistiche e dati. Meno misurabile ma non meno profonda invece è la perdita di fiducia che attraversa la nostra terra - un timore fastidioso che il declino americano sia inevitabile e la prossima generazione debba avere aspettative più basse.

Oggi vi dico che le sfide che abbiamo di fronte sono reali. Sono serie e sono numerose. Affrontarle non sarà cosa facile né rapida. Ma America, sappilo: le affronteremo.

Oggi siamo riuniti qui perché abbiamo scelto la speranza rispetto alla paura, l'unità degli intenti rispetto al conflitto e alla discordia.

Oggi siamo qui per proclamare la fine delle recriminazioni meschine e delle false promesse, dei dogmi stanchi, che troppo a lungo hanno strangolato la nostra politica.

Siamo ancora una nazione giovane, ma - come dicono le Scritture - è arrivato il momento di mettere da parte gli infantilismi. E' venuto il momento di riaffermare il nostro spirito tenace, di scegliere la nostra storia migliore, di portare avanti quel dono prezioso, l'idea nobile, passata di generazione in generazione: la promessa divina che tutti siamo uguali, tutti siamo liberi e tutti meritiamo una possibilità di perseguire la felicità in tutta la sua pienezza.

Nel riaffermare la grandezza della nostra nazione, ci rendiamo conto che la grandezza non è mai scontata. Bisogna guadagnarsela. Il nostro viaggio non è mai stato fatto di scorciatoie, non ci siamo mai accontentati. Non è mai stato un sentiero per incerti, per quelli che preferiscono il divertimento al lavoro, o che cercano solo i piaceri dei ricchi e la fama.

Sono stati invece coloro che hanno saputo osare, che hanno agito, coloro che hanno creato cose - alcuni celebrati, ma più spesso uomini e donne rimasti oscuri nel loro lavoro, che hanno portato avanti il lungo, accidentato cammino verso la prosperità e la libertà.

Per noi, hanno messo in valigia quel poco che possedevano e hanno attraversato gli oceani in cerca di una nuova vita.

Per noi, hanno faticato in aziende che li sfruttavano e si sono stabiliti nell'Ovest. Hanno sopportato la frusta e arato la terra dura.
Per noi, hanno combattuto e sono morti, in posti come Concord e Gettysburg; in Normandia e a Khe Sahn.
Questi uomini e donne hanno lottato e si sono sacrificati e hanno lavorato finché le loro mani sono diventate ruvide per permettere a noi di vivere una vita migliore. Hanno visto nell'America qualcosa di più grande che una somma delle nostre ambizioni individuali; più grande di tutte le differenze di nascita, censo o fazione.

Questo è il viaggio che continuiamo oggi. Rimaniamo la nazione più prospera, più potente della Terra. I nostri lavoratori non sono meno produttivi rispetto a quando è cominciata la crisi. Le nostre menti non sono meno inventive, i nostri beni e servizi non meno necessari di quanto lo fossero la settimana scorsa, o il mese scorso o l'anno scorso. Le nostre capacità rimangono inalterate. Ma è di certo passato il tempo dell'immobilismo, della protezione di interessi ristretti e del rinvio di decisioni spiacevoli. A partire da oggi, dobbiamo rialzarci, toglierci di dosso la polvere, e ricominciare il lavoro della ricostruzione dell'America.

Perché ovunque volgiamo lo sguardo, c'è lavoro da fare. Lo stato dell'economia richiede un'azione, forte e rapida, e noi agiremo - non solo per creare nuovi posti di lavoro, ma per gettare le nuova fondamenta della crescita.

Costruiremo le strade e i ponti, le reti elettriche e le linee digitali che alimentano i nostri commerci e ci legano gli uni agli altri. Restituiremo alla scienza il suo giusto posto e maneggeremo le meraviglie della tecnologia in modo da risollevare la qualità dell'assistenza sanitaria e abbassarne i costi.

Imbriglieremo il sole e i venti e il suolo per alimentare le nostre auto e mandare avanti le nostre fabbriche.
E trasformeremo le nostre scuole, i college e le università per venire incontro alle esigenze dei tempi nuovi. Possiamo farcela. E lo faremo.

Ora, ci sono alcuni che contestano le dimensioni delle nostre ambizioni - pensando che il nostro sistema non può tollerare troppi grandi progetti. Costoro hanno corta memoria. Perché dimenticano quel che questo paese ha già fatto. Quel che uomini e donne possono ottenere quando l'immaginazione si unisce alla volontà comune, e la necessità al coraggio.

Quel che i cinici non riescono a capire è che il terreno gli è scivolato sotto i piedi. Gli argomenti politici stantii che ci hanno consumato tanto a lungo non sono più applicabili. La domanda che formuliamo oggi non è se il nostro governo sia troppo grande o troppo piccolo, ma se funzioni o meno - se aiuti le famiglie a trovare un lavoro decentemente pagato, cure accessibili, una pensione degna. Laddove la risposta sia positiva, noi intendiamo andare avanti. Dove sia negativa, metteremo fine a quelle politiche. E coloro che gestiscono i soldi della collettività saranno chiamati a risponderne, affinché spendano in modo saggio, riformino le cattive abitudini, e facciano i loro affari alla luce del sole - perché solo allora potremo restaurare la vitale fiducia tra il popolo e il suo governo.

La questione di fronte a noi non è se il mercato sia una forza del bene o del male. Il suo potere di generare benessere ed espandere la libertà è rimasto intatto. Ma la crisi ci ricorda che senza un occhio rigoroso, il mercato può andare fuori controllo e la nazione non può prosperare a lungo quando il mercato favorisce solo i già ricchi. Il successo della nostra economia è sempre dipeso non solo dalle dimensioni del nostro Pil, ma dall'ampiezza della nostra prosperità, dalla nostra capacità di estendere le opportunità per tutti coloro che abbiano volontà - non per fare beneficenza ma perché è la strada più sicura per il nostro bene comune.

Quanto alla nostra difesa comune, noi respingiamo come falsa la scelta tra sicurezza e ideali. I nostri Padri Fondatori, messi di fronte a pericoli che noi a mala pena riusciamo a immaginare, hanno stilato una carta che garantisca l'autorità della legge e i diritti dell'individuo, una carta che si è espansa con il sangue delle generazioni. Quegli ideali illuminano ancora il mondo, e noi non vi rinunceremo in nome di qualche espediente. E così, per tutti i popoli e i governi che ci guardano oggi, dalle più grandi capitali al piccolo villaggio dove è nato mio padre: sappiate che l'America è amica di ogni nazione e di ogni uomo, donna e bambino che sia alla ricerca di un futuro di pace e dignità, e che noi siamo pronti ad aprire la strada ancora una volta.

Ricordiamoci che le precedenti generazioni hanno sgominato il fascismo e il comunismo non solo con i missili e i carriarmati, ma con alleanze solide e convinzioni tenaci. Hanno capito che il nostro potere da solo non può proteggerci, né ci autorizza a fare come più ci aggrada. Al contrario, sapevano che il nostro potere cresce quanto più lo si usa con prudenza. La nostra sicurezza emana dalla giustezza della nostra causa, dalla forza del nostro esempio, dalle qualità dell'umiltà e del ritegno.

Noi siamo i custodi di questa eredità. Guidati ancora una volta dai principi, possiamo affrontare le nuove minacce che richiederanno sforzi ancora maggiori - una cooperazione e comprensione ancora maggiori tra le nazioni. Cominceremo a lasciare responsabilmente l'Iraq alla sua gente, e a forgiare una pace duramente guadagnata in Afghanistan. Con i vecchi amici e i vecchi nemici, lavoreremo senza sosta per diminuire la minaccia nucleare, e respingere lo spettro di un pianeta che si surriscalda. Non chiederemo scusa per il nostro stile di vita, né ci batteremo in sua difesa. E a coloro che cercano di raggiungere i propri obiettivi creando terrore e massacrando gli innocenti, noi diciamo adesso che il nostro spirito è più forte e non può essere infranto. Voi non ci sopravviverete, e noi vi sconfiggeremo.

Perché noi sappiamo che il nostro retaggio "a patchwork" è una forza e non una debolezza. Noi siamo una nazione di cristiani e musulmani, ebrei e induisti e non credenti. Noi siamo formati da ciascun linguaggio e cultura disegnata in ogni angolo di questa Terra; e poiché abbiamo assaggiato l'amaro sapore della Guerra civile e della segregazione razziale e siamo emersi da quell'oscuro capitolo più forti e più uniti, noi non possiamo far altro che credere che i vecchi odi prima o poi passeranno, che le linee tribali saranno presto dissolte, che se il mondo si è rimpicciolito, la nostra comune umanità dovrà riscoprire se stessa; e che l'America deve giocare il suo ruolo nel far entrare il mondo in una nuova era di pace.

Per il mondo musulmano noi indichiamo una nuova strada, basata sul reciproco interesse e sul mutuo rispetto. A quei leader in giro per il mondo che cercano di fomentare conflitti o scaricano sull'Occidente i mali delle loro società - sappiate che i vostri popoli vi giudicheranno su quello che sapete costruire, non su quello che distruggete. A quelli che arrivano al potere attraverso la corruzione e la disonestà e mettendo a tacere il dissenso, sappiate che siete dalla parte sbagliata della Storia; ma che vi tenderemo la mano se sarete pronti ad aprire il vostro pugno.

Alla gente delle nazioni povere, noi promettiamo di lavorare insieme per far fiorire le vostre campagne e per pulire i vostri corsi d'acqua; per nutrire i corpi e le menti affamate. E a quelle nazioni, come la nostra. che godono di una relativa ricchezza, noi diciamo che non si può più sopportare l'indifferenza verso chi soffre fuori dai nostri confini; né noi possiamo continuare a consumare le risorse del mondo senza considerare gli effetti. Perché il mondo è cambiato e noi dobbiamo cambiare con esso.

Se consideriamo la strada che si apre davanti a noi, noi dobbiamo ricordare con umile gratitudine quegli americani coraggiosi che, proprio in queste ore, controllano lontani deserti e montagne. Essi hanno qualcosa da dirci oggi, proprio come gli eroi caduti che giacciono ad Arlington mormorano attraverso il tempo. Noi li onoriamo non solo perché sono i guardiani della nostra libertà, ma perché essi incarnano lo spirito di servizio: una volontà di trovare significato in qualcosa più grande di loro. In questo momento - un momento che definirà una generazione - è precisamente questo lo spirito che deve abitare in tutti noi.

Per tanto che un governo possa e debba fare, alla fine è sulla fede e la determinazione del popolo americano che questa nazione si fonda. E' la gentilezza nell'accogliere uno straniero quando gli argini si rompono, la generosità dei lavoratori che preferiscono tagliare il proprio orario di lavoro piuttosto che vedere un amico perdere il posto, che ci hanno guidato nei nostri momenti più oscuri. E' il coraggio dei vigili del fuoco nel precipitarsi in una scala invasa dal fumo, ma anche la volontà di un genitore di nutrire il proprio figlio, che alla fine decidono del nostro destino.

Forse le nostre sfide sono nuove. Gli strumenti con cui le affrontiamo forse sono nuovi. Ma i valori da cui dipende il nostro successo - lavoro duro e onestà, coraggio e fair play, tolleranza e curiosità, lealtà e patriottismo - tutto questo è vecchio. Sono cose vere. Sono state la forza tranquilla del progresso nel corso di tutta la nostra storia. Quel che è necessario ora è un ritorno a queste verità. Quel che ci viene chiesto è una nuova era di responsabilità - il riconoscimento, da parte di ogni americano, che abbiamo un dovere verso noi stessi, la nostra nazione, il mondo, doveri che non dobbiamo accettare mugugnando ma abbracciare con gioia, fermi nella consapevolezza che non c'è nulla di più soddisfacente per lo spirito, così importante per la definizione del carattere, che darsi completamente per una causa difficile.

Questo è il prezzo e la promessa della cittadinanza.

Questa è la fonte della nostra fiducia - la consapevolezza che Dio ci ha chiamato a forgiare un destino incerto.

Questo è il significato della nostra libertà e del nostro credo - perché uomini, donne e bambini di ogni razza e di ogni fede possono unirsi nella festa in questo Mall magnifico, e perché un uomo il cui padre meno di sessanta anni fa non avrebbe neanche potuto essere servito in un ristorante ora può trovarsi di fronte a voi per pronunciare il giuramento più sacro di tutti.

Perciò diamo a questa giornata il segno della memoria, di chi siamo e di quanta strada abbiamo fatto. Nell'anno in cui l'America è nata, nel più freddo dei mesi, una piccola banda di patrioti rannicchiati intorno a falò morenti sulle rive di un fiume ghiacciato. La capitale era stata abbandonata. Il nemico avanzava. La neve era macchiata di sangue. Nel momento in cui l'esito della nostra rivoluzione era in dubbio come non mai, il padre della nostra nazione ordinò che si leggessero queste parole al popolo:

"Che si dica al futuro del mondo... che nel profondo dell'inverno, quando possono sopravvivere solo la speranza e la virtù... Che la città e la campagna, allarmate da un pericolo comune, si sono unite per affrontarlo".

America. Di fronte ai nostri pericoli comuni, in questo inverno dei nostri stenti, ricordiamo queste parole senza tempo. Con speranza e virtù, affrontiamo con coraggio le correnti ghiacciate, e sopportiamo quel che le tempeste ci porteranno. Facciamo sì che i figli dei nostri figli dicano che quando siamo stati messi alla prova non abbiamo permesso che questo viaggio finisse, che non abbiamo voltato le spalle e non siamo caduti. E con gli occhi fissi sull'orizzonte e la grazia di Dio su di noi, abbiamo portato avanti il grande dono della libertà e l'abbiamo consegnato intatto alle generazioni future.

lunedì 8 dicembre 2008

Quando muoiono i ricercatori...

Le morti dei giovani ricercatori nel laboratorio di farmacia dell’Università di Catania dovrebbero riempire le prime pagine dei giornali ed aprire tutti i tg nazionali. Ed invece le trovo ovunque come una notizia sì importante ma da mettere sempre dopo la social card, caso Villari, ecc. Eppure è qualcosa che non solo va ad allungare la già lunga lista delle morti bianche, non solo ripropone il tema della smaltimento dai rifiuti tossici e della loro nocività, ma ha in sé la macabra fisionomia della metafora di un’Italia che uccide il suo futuro.

sabato 8 novembre 2008

MESSAGGIO RICEVUTO "DIRETTAMENTE" DA BARACK OBAMA IL 5 NOVEMBRE SU FACEBOOK

I'm about to head to Grant Park to talk to everyone gathered there, but I wanted to write to you first.

We just made history.

And I don't want you to forget how we did it.

You made history every single day during this campaign -- every day you knocked on doors, made a donation, or talked to your family, friends, and neighbors about why you believe it's time for change.

I want to thank all of you who gave your time, talent, and passion to this campaign. We have a lot of work to do to get our country back on track, and I'll be in touch soon about what comes next.

But I want to be very clear about one thing...

All of this happened because of you.

Thank you,

Barack

mercoledì 5 novembre 2008

SU OBAMA E SULL'AMERICA

Una cosa è certa: la vittoria di Obama non dipende tanto dal suo programma, quanto dal messaggio che incarna con la sua stessa persona.
La storia del figlio di un pastore etiope che diventa presidente degli USA ci dice che l’America è molto più complessa di quella che vorrebbero raccontarci i suoi estimatori di destra e i suoi denigratori di una certa sinistra. Innanzitutto, semplificando, esistono due Americhe, una delle paura, dei teodem, dell’orgoglio nazionalistico e religioso a tutti i costi, del razzismo retaggio della schiavitù, del post undici settembre e di Gorge W Bush. E poi un’altra America, quella che in maniera retorica ha voluto essere la terra della speranza, della frontiera che si spinge oltre, della opportunità accessibile non solo a chi era americano, ma anche a chi americano non lo era ancora. L’America prima democrazia del mondo per storia (la sua rivoluzione precede ed ispira quella francese) e per popolazione. Un?America tante volte smentita, altrettante volte resa concreta. E in politica questa America si é incarnata almeno in due presidenti, entrambi democratici: Franklin Delano Roosvelt e J.F. Kennedy. Roosvelt era riuscito a dare speranza ad una nazione nel pieno della più profonde delle crisi economiche (colta l’analogia?). Kennedy era il presidente che diceva ai suoi elettori Non pensate a quello che il Paese può fare per voi ma quello che voi potete fare per il Paese. È la stesa ottica di Obama con il suo Yes We Can. La politica che rovescia la normale ottica del rapporto verticale tra eletto ed elettore, annulla la distanza tra i due poli, derivato dal voto chiesto in cambio della promessa di qualcosa. Ma per una volta è il politico che chiede al cittadino di essere partecipe alla politica, di rendersi attivo nella realizzazione di un progetto, e non solo nel contesto di un sentimento antipolitico contro la casta, come farebbe Beppe Grillo. Ma con un impegno attivo e partecipato, tale che dalla partecipazione politica, dal voto deriva un sentimento di gioia, non astio. Sarà anche retorica, ma quando la politica si sa unire con l’emozione raggiunge le sue vette più alte. Vedere al telegiornale le file di americani intenti di votare, laddove l’astensione era altissima in altre occasioni mi ha riempito di felicità e del ricordo di quando compiuto diciott’anni, l’unica cosa di cui mi importava era poter finalmente votare. Così mi ha fatto piacere vedere McCain e Obama concedersi l’onore delle armi una volta avuto il risultato del voto: Mc Cain ha riconosciuto che il messaggio di speranza lanciato da Obama fosse quello vincente, e Barack ha riconosciuto il valore di un avversario che aveva dato tutto se stesso alla patria prima come soldato poi come politico. Sarebbe concepibile in Italia?
Non ci illudiamo troppo: Obama dovrà continuamente mediare il suo messaggio di speranza con le incombenze della politica reale. I suoi programmi di riforma dovranno confrontarsi con i magri bilanci derivati dalle guerre iniziate da Bush, con in più la crisi economica che incombe. E se riuscirà a compiere il ritiro dalle truppe in Iraq, difficilmente riuscirà a ritirarle dall’Afghanistan, e dovrà confrontarsi con la rinata guerra fredda con la Russia. Fra sei mesi cominceremo a leggere i titoli dei giornali del tipo “E’ finita la luna di miele tra Obama e gli USA”, come un copione già scritto. Ma se nel frattempo riuscirà ad incrinare la dottrina del liberismo puro, del unilateralismo internazionale alla Bush, dello spettro della paura che la destra di ogni parte del mondo ama cavalcare, si può dire che il suo progetto sarà in parte positivamente riuscito. E se la passione politica rimarrà nelle vene di tutta la gente (soprattutto giovani, ispanici, afroamericani) che è riuscito a portare alle urne laddove altri hanno fallito, la promessa di una vera uguaglianza finalmente incarnata in un presidente afroamericano, la visione di un reverendo nero quarant’anni or sono forse sarà realizzata.
I have dream proclamava Martin Luther King. Speriamo che questa volta il sogno non venga ucciso.

sabato 1 novembre 2008

venerdì 31 ottobre 2008

QUESTIONARIO SULLE POLITICHE DELL'ACCOGLIENZA

Venezia e Mestre hanno una storia fatta anche dell’incontro di identità e specificità diverse: la città insulare, attraverso secoli di scambi, flussi e movimenti di persone, tradizioni, culture e merci; la terraferma attraverso la crescita urbana e anagrafica nel corso del novecento, legato soprattutto al richiamo occupazionale dell’area industriale di Porto Marghera.

- Mestre oggi ha una propria identità,maturata negli ultimi decenni; secondo lei è ancora possibile per la città accogliere persone con culture e identità diverse?
Quali sono i problemi che le pare derivino dalla presenza di persone con culture diverse?

La quotidiana cura degli spazi urbani, per consentire una vivibilità della città, il potenziamento dei servizi e del sistema di welfare, una attenta progettazione architettonica, urbanistica e infrastrutturale, possono essere considerate “difese” nei confronti di un dilagante senso di insicurezza e incertezza, connotato spesso con una “paura indefinita”, che sembra caratterizzare anche la nostra città.

- Secondo lei, è vero questo senso di insicurezza e “paura indefinita”?
- Quali sono le cause prioritarie?
Su quali aspetti della città e del vivere in città bisogna primariamente intervenire per contribuire a superare questa percezione di insicurezza e incertezza?

Una città può essere di tutti solo se può essere davvero per tutti, nel rispetto dell’altro, dei diritti e dei doveri di ognuno.
Una città è il risultato di incontri e confronti e quindi essa deve continuare a saper riconoscere, accogliere e valorizzare le diversità che la caratterizzano. Sono quindi necessari gli spazi e gli eventi che possono permettere questi “incontri e confronti”.

Esistono, secondo lei, nella città, spazi ed eventi in grado di costruire occasioni di incontro e crescita, di confronto e di scambio?
Di fronte al fenomeno dell’immigrazione, che ha interessato e interessa anche la nostra comunità, è importante scommettere sulle possibilità di integrazione e inclusione, che passano anche attraverso la conoscenza. In questo contesto la scuola esercita un ruolo fondamentale e la scuola dovrebbe essere intesa come risorsa, dovrebbe stare al centro delle politiche di un paese civile, proprio perché è il luogo della formazione, dove si costruisce il futuro della società.

Alla luce dei tagli decisi dal governo (che hanno come esito la riduzione degli organici nella scuola; la chiusura di scuole in località insulari, di montagna; tagli all’università e alle attività di ricerca), la proposta di istituire classi “differenziali” per gli immigrati, quali pensa possano essere le conseguenzE?

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martedì 7 ottobre 2008

SU MESTRE....(INTERVENTO AL CIRCOLO PD MESTRE CENTRO 2/10/2008)

A volte mi colpisce il fatto che molti trentenni mestrini di oggi definiscano Mestre
una città brutta seppur riconoscendo l’importanza di alcune realtà come il parco s giuliano o come altri rilevanti interventi urbanistici degli ultimi anni.
Forse per queste generazioni possono pesare le tracce vecchie di una Mestre costruita come città dormitorio, proiettata unicamente verso il polo chimico-industriale e verso il centro storico. .
Naturalmente sappiamo che Mestre è molto più di questo.
Ma forse il problema non sta nel fatto che non venga percepito cio’ che di bello c’è a Mestre ma sta nel fatto che negli ultimi anni non viene percepita una visione di insieme che possa relazionare tutti i processi di trasformazione e allo stesso tempo possa marcare una relazione costruttiva con la città insulare.
Se l’idea di una città dormitorio dobbiamo lasciarla ai decenni passati, è chiaro che
l’idea della nuova città deve girare intorno all’idea di quello che è Mestre oggi cioè una città moderna , importante , una delle più grandi e popolose del veneto , al centro delle grandi tratte viarie tra nord e sud, est e ovest, un ponte tra terra e mare. , una città in grado di fornire servizi cultura ecc.
È chiaro che il cittadino per sentire bene sua la città deve poterla vederla e viverla coerentemente con la funzione della città
E se sfide urbanistiche più importanti, si collegano fortemente a questioni come la tutela ambientale , come è stato per il parco san giuliano, che a questioni di tipo sociale come il nuovo ospedale, è chiaro che c’è bisogno di una guida politica.
Qui entra in gioco anche il partito.
Si sente un senso di attesa e distacco nei confronti del neonato
partito. Le aspettative sono alte: lo abbiamo visto dalle affluenze alle primarie e al proficuo tesseramento che abbiamo avuto . Ma c’è nell’aria un po’ di perplessità, forse anche a causa di un periodo di gestazione troppo lungo, o anche dalla
smarrimento successivo alla sconfitta.
In ogni caso se stiamo parlando di un territorio nel pieno di un processo di trasformazione solo un partito che si vuole definire riformista è il più adatto a gestire questi processi.
Se dobbiamo riprendere a discutere di una visione d’insieme è chiaro che due sono le strade :
primo partire dai circoli che rappresentano il primo legame con il territorio e che per forza di cose sono chiamati ad interessarsi a tematiche che vanno oltre quelli che sono solo i confini dei vecchi quartieri, perché ogni ambito che interessa il territorio quasi sempre interessa tutto il territorio comunale
Secondo interfacciarsi con la cittadinanza, non pensare di esaurire l’apertura solo
con le primarie per interagire con i cittadini. Forse questa fase di nascita del partito è stata troppo concentrata sul come cercare una sintesi tra diverse culture politiche. Ma la sintesi era già fuori nelle mille forme di partecipazione associazionistica, nel volontariato . Non sono convinto che sia stato giusto identificare essa come elemento terzo , come società civile, perché altrimenti questo vorrebbe dire che chi viene da una esperienza partitica rappresenti per ossimoro la società incivile. Ma al contrario dobbiamo contaminarci con chi si impegna quotidianamente in progetti, battaglie che non siano inseriti nei consueti canali della politica. Per fare questo dobbiamo stare attenti adesso che abbiamo la struttura organizzativa, anche a livello comunale a non chiuderci in esse, oppure a cedere all’idea salvifica delle primarie. E dobbiamo stare anche attenti ad iniziative troppo autoreferenziali che tanto caratterizzavano i partiti che ci siamo lasciati alle spalle.
La contaminazione avviene nel confronto quotidiano, presidiando le piazze e le strade e parlando alla gente. Tenendo presente che le nuove tecnologie ci pongono di fronte a nuovi tipi di piazze e strade che troppo spesso abbiamo lasciato in mano agli avventurieri della polemica.